Web 2.0

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Web 3.0: presente? Futuro? Utopia?

Pubblicato da Sara su 21/07/2009

Il web 3.0 è un termine a cui corrispondono significati diversi volti a descrivere l’evoluzione dell’utilizzo del web e l’interazione fra gli innumerevoli percorsi evolutivi possibili. Questi includono: trasformare il web in un database, cosa che faciliterebbe l’accesso ai contenuti da parte di molteplici applicazioni che non siano browser, sfruttare al meglio le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, il web semantico, il geospatial web, o il web 3d. (Tendenze.it)

Web 3.0

Come in ogni rivoluzione che si rispetti, si cerca ora, con il Web 3.0, di raffinare l’enorme cambiamento portato dal Web 2.0. Il web 3.0 infatti, non sarà altro che un evoluzione del suo predecessore.

Possiamo immaginarci uno scenario in cui le informazioni in rete vengono sempre più agglomerate verso un unico database, e consultate da più pagine web grazie a tecnologie come XML, WSDL e derivate. Un web “intelligente”, frutto di intelligenze artificiali che grazie ad algoritmi sempre più sofisticati permetterà un orientamento migliore in una rete sempre più affollata. Infine il web 3.0 si muoverà verso il 3D, con una rete non più fatta di pagine, ma di veri e propri spazi in cui “muoverci” per trovare quello che cerchiamo (un’esperienza che deriva sicuramente dall’applicazione, seppur fallimentare, di Second Life).

Secondo diversi sviluppatori, l’ evoluzione verso il 3.0 avverrà solo nel momento in cui tutti i browers supporteranno al meglio i nuovi standard HTML 5 e CSS 3, in grado di portare nuovi strumenti, di introdurre nuove strade per raggiungere i propri obbiettivi, e quindi di dar vita ad una nuova filosofia dello sviluppo. Finchè gli strumenti non si evolveranno, dunque, è inutile aspettarsi il Web 3.0.

Tralasciando le specifiche tecniche, quale sarà la filosofia di base del Web 3.0? Se il Web 1.0 aveva come keywords “lettura“, il Web 2.0 “lettura/scrittura“, il Web 3.0 si baserà sulla “scelta.

Con il Web 2.0 ed i contenuti degli utenti si è arrivati ad avere una mole di dati ed informazioni esorbitante, potenzialmente infinita ed in continua crescita. Il passaggio successivo potrebbe rappresentare la capacità software di scegliere, di mostrare ciò che realmente può interessare l’ utente, di semplificare al massimo la ricerca. E questa capacità si basa sull’ indispensabile bisogno di informarsi sull’ utente e sulle sue abitudini. Ma questo ci porta a trattare un aspetto che già durante il passaggio da Web 1.0 a Web 2.0 è stato pesantemente rivoluzionato, e che sembra lo sarà sempre di più: la privacyDavid Weinberger, tecnologo che tratta il fenomeno di Internet e le sue ricadute in società, ha detto: “Il problema della privacy è destinato a scomparire, e questo accadrà quando l’ ultimo esponente della generazione precedente morirà”. Questo significa che ormai la privacy stà scomparendo, e le nuove generazioni convivono con questo; sono gli esponenti della precedente a storcere in naso, ma presto o tardi questi ultimi scompariranno, e con essi la difesa della privacy dagli “attacchi” del mondo Web.

Web 3.0

Il Web 3.0 resta, per ora, una sorta di utopia, una embrionale forma di organizzazione delle informazioni on line che un giorno permetterà di fare della ricerca il punto forte della navigazione a tutti i livelli (dai portali al sito del panettiere sotto casa).  Sarà possibile interrogare in motore di ricerca, aspettandosi risposte pertinenti non solo rispetto a ciò che abbiamo chiesto, ma a ciò che “volevamo” chiedere. Questa è la magia del semantic web. Fantascienza? Speriamo di no!


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Tutti giornalisti, tutti editori: professioni che nascono, muoiono… o si modificano?

Pubblicato da Sara su 19/07/2009

[...]Adesso Shirky ripete quello che dicono in molti: le nostre società non hanno bisogno dei giornali, ma del giornalismo. E racconta di come l’avvento della stampa non fece sì che il giorno dopo si trovasse un nuovo modo di relazionarsi con la cultura, la lettura, la condivisione delle informazioni. I nuovi modi vennero da sé in modi inaspettati e passarono per ulteriori invenzioni apparentemente minori, come la riduzione della dimensione dei libri. Oggi c’è stata una rivoluzione, dice Shirky: e questo è innegabile, non la si può trattare come una semplice novità di cui tenere conto e assestare il sistema. Una rivoluzione travolgente. Così come si è sempre detto che i giornali erano un prodotto perfetto e lo dimostrava la loro immutabilità negli ultimi due secoli, adesso è evidente che quella perfezione è andata a gambe all’aria. (wittgenstein.it)

Nel libro “Uno per uno, tutti per tutti” (capitolo “Lode agli scrivani”), Clay Shirky riflette su come l’avvento del Web 2.0 abbia aumentato esponenzialmente le possibilità di ciascun individuo di pubblicare contenuti on line, illimitati nella quantità e nella tipologia. Effettivamente la democratizzazione delle regole e dei mezzi di pubblicazione ha permesso la nascita di forme comunicative mai neanche pensate, come i Web Magazine (detti Webzine) e, più di tutto, i blog.

I vantaggi? Chiunque può pubblicare notizie, frasi, relazioni: la diffusione di notizie non è solo più prerogativa di chi stampa e pubblica, ma ognugno può essere nello stesso momento giornalista, editore, critico di se stesso. Ma soprattutto nasce il confronto diretto con il lettore e l’intervento del lettore stesso nello sviluppo delle notizie. Da una notizia pubblicata può nascere un confronto all’interno della comunità degli utenti, e successivamente uno o più utenti potrebbero decidere di pubblicare altre notizie correlate.

Gli svantaggi si vedono da sè. Non c’è limite al materiale pubblicato, quindi non si può frenare ciò che moralmente non è accettabile. Ma soprattutto, muoiono alcune professioni come l’editore, il giornalista. Ma è corretto dire “muoiono”? O semplicemente ne è stata modificata la sostanza? Forse è più corretto dire così. Non è vero che non esiste più la figura del giornalista. Tutti possono essere giornalisti, con i pro e i contro che questo comporta.Blog

In Italia, a tale proposito, è stata rivista la legge sull’editoria, che comprende ora questi nuovi fenomeni di “pubblicazione di massa”. In un articolo del 1° dicembre 2008, Pubblicaamministrazione.net ne evidenziava le innovazioni:

1.  I blog non hanno mai alcun obbligo di registrazione a prescindere dall’eventuale raccolta pubblicitaria.
2.  La limitazione imposta agli iscritti all’albo dei giornalisti è stata rimossa.
3.  Si elimina il “reato di stampa clandestina” sostituito dalla norma di omessa registrazione con sanzione amministrativa di 500 euro.

Ma il vantaggio di questa facilità di pubblicazione non è il solo punto di snodo. La nuova professione, riconosciuta o meno, ha la possibilità di tracciare i feedback sul proprio operato. I riconoscimenti vengono dal basso.  Il nuovo “professionista” può tenere conto delle reazioni del proprio pubblico e non è più soggetto a dettami che provengono dall’alto.

Ma purtroppo il Web, oltre a permettere la nascita di nuove professioni e professionalità, favorisce il generalismo e quindi si perde il vero “saper far bene”.

Si perde la specializzazione a favore del “tuttofare”. Questo sicuramente può far emergere i veri professionisti, ma può anche diminuirne la visibilità. Potremmo essere di fronte a contrazione (di professionalità) ed espansione (di professioni): una cosa è certa. La rivoluzione è appena agli inizi.

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I Social Network: “Io condivido, e tu?”

Pubblicato da Sara su 16/07/2009

Una rete sociale (in inglese social network) consiste di un qualsiasi gruppo di persone connesse tra loro da diversi legami sociali, che vanno dalla conoscenza casuale, ai rapporti di lavoro, ai vincoli familiari. La versione di Internet delle reti sociali è una delle forme più evolute di comunicazione in rete, ed è anche un tentativo di violare la “regola dei 150″*. La rete delle relazioni sociali che ciascuno di noi tesse ogni giorno, in maniera più o meno casuale, nei vari ambiti della nostra vita, si può così “materializzare”, organizzare in una “mappa” consultabile, e arricchire di nuovi contatti. (Wikipedia)

social-network

In ambito web la gestione della propria rete sociale è affidata a una serie di strumenti accessibili sia lato desktop, attraverso software di comunicazione come Skype e Messenger, sia lato browser (pensiamo a chat, forum e in generale tutti i siti che permettono agli utenti di connettersi e comunicare fra di loro).

Tutti questi strumenti si possono considerare ambienti: l’ambiente chat, l’ambiente forum, l’ambiente di messaggistica istantanea e così via. In fondo, quando ci si trova in una chat è come trovarsi in una stanza con altre persone a chiaccherare: non a caso la metafora delle stanze veniva utilizzata nei primi anni di diffusione di questi strumenti, stanze oggi convertite in topic (argomenti) nei forum.

Se riprendiamo la celebre affermazione di Mc LuhanIl mezzo è il messaggio“, possiamo facilmente individuare l’ambiente web in cui gli utenti hanno la possibilità di connettersi e comunicare fra loro e definire tali ambienti “Social Network”.

Un social network è quindi un ambiente web in cui gli utenti possono connetersi, comunicare e condividere informazioni in modo personale.

Alcuni esempi sono Facebook e Myspace, che hanno alla base della propria organizzazione le funzioni fondamentali di comunicazione e interconnessione fra utenti. 

* Il numero di Dunbar, conosciuto anche come la regola dei 150, afferma che le dimensioni di una vera rete sociale sono limitate a circa 150 membri. Viene teorizzato nella psicologia evoluzionista che il numero potrebbe essere una sorta di limite superiore all’abilità media degli esseri umani di riconoscere dei membri e tenere traccia degli avvenimenti emotivi di tutti i membri di un gruppo. (Wikipedia)

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La comunicazione nel Web 2.0: una realtà senza confini

Pubblicato da Sara su 15/07/2009

Il linguaggio non è un attributo esclusivo dell’uomo, bensì un carattere che egli può condividere fino a un certo grado con le macchine da lui costruite (…) Generalmente noi crediamo che la comunicazione e il linguaggio siano diretti da persona a persona. È possibile tuttavia che una persona parli a una macchina, una macchina a una persona e una macchina a una macchina (…). C’è un linguaggio emesso dall’uomo e diretto alle macchine e c’è un linguaggio emesso dalle macchine e diretto all’uomo. Wiener

La comunicazione e l’atto di comunicare sono oggetto di studi, tutt’oggi attivi, sulle modalità e il significato sociale: le modalità attraverso cui i soggetti comunicano sono infatti direttamente correlati ai rapporti sociali, alla creazione di reti tra i diversi individui, alla condivisione del numero di informazioni, alla tipologia di rapporti che tra questi soggetti va a crearsi.

Diversi modelli e paradigmi si sono avvicendati per indicare come avviene una comunicazione tra due soggetti (siano essi uomini o macchine): tra questi i più importanti sono il modello di Jakobson e il modello elaborato da Shannon & Weaver (che hanno ripreso, perfezionato e integrato il modello di Jakobson).

Il linguista Jakobson ha schematizzato sei aspetti fondamentali in un approccio comunicativo: un mittente (o locutore, o parlante) che è colui che invia un messaggio al destinatario (o interlocutore), il quale si riferisce a un contesto (che è l’insieme della situazione generale e delle particolari circostanze in cui ogni evento comunicativo è inserito nel messaggio). Per poter compiere tale operazione sono necessari un codice che sia comune sia al mittente sia al destinatario, e un contatto che è al tempo stesso un canale fisico e una connessione psicologica fra il mittente e il destinatario che consente loro di stabilire la comunicazione e di mantenerla.

Secondo lo schema di Shannon e Weaver, un sistema della comunicazione è composto da una sorgente di informazione, che sceglie un messaggio tra vari possibili e lo invia a un trasmettitore (o trasmittente, o emittente), il quale lo codifica in un segnale, che viene inviato tramite un canale (o mezzo, ad esempio l’aria per un messaggio verbale) ad un ricevitore (o ricevente). Il mezzo (o medium), e di conseguenza il segnale, viene disturbato da eventi, cosicché il segnale ricevuto sarà diverso da quello inviato. Ma se la codifica è stata fatta in modo da tener conto di tale effetto, se la capacità del canale è adeguata e se il disturbo è probabilisticamente prevedibile, si può ridurre il possibile equivoco a una quantità piccola. Il ricevitore decodificherà il segnale ricevuto ricostruendo così il messaggio iniziale, che invierà finalmente a destinazione (al destinatario).

Ma perchè l’uomo comunica? Perchè sente la necessità di condividere con gli altri tramite parole, gesti, atteggiamenti? Ci sono diversi paradigmi che cercano di spiegare questo bisogno. I due più importanti sono:

- il PARADIGMA RELAZIONALE:  si comunica per gestire le relazioni, per costruire il proprio mondo sociale, cambiando o mantenendo le situazioni esistenti

- il PARADIGMA INFORMAZIONALE: si comunica per trasferire informazioni, valori, risorse, significati.

L’avvento del Web 2.0, con la filosofia di condivisione e collaborazione, ereditata direttamente delle prime comunità virtuali, ha portato ad una parziale fusione dei due paradigmi.

Il sociale è entrato nell’informazionale.

Si comunica con tutti e su tutto, cercando di creare nuove relazioni e gestire quelle esistenti, informando e informandosi. Il processo comunicativo del paradigma relazionale che richiedeva una particolare attenzione alla forma, ha ceduto il passo a forme più snelle. “L’informalità della forma comunicativa”, che ritroviamo nelle mail o nelle chat, non pregiudicano il buon esito della relazione.

La diffusione di nuovi modi di comunicare (le “bias” della comunicazione) ha prodotto nuove simbologie: globali, universalmente riconosciute e che abbattono le barriere linguistiche. La faccina sorridente di un’emoticon :-D non lascia dubbi di interpretazione e, seppure con una semantica assai più povera rispetto ai linguaggi nazionali, la “nuova comunicazione” sta portando all’abbattimento di frontiere culturali che sembravano invalicabili.

E questa nuova rivoluzione sta partendo come è giusto, dal basso.

Dai semplici utenti. Dai nuovi utenti.

La "nuova" comunicazione

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Web 2.0:ma cosa cambia?

Pubblicato da Sara su 13/07/2009

Il Web 2.0 è una locuzione utilizzata per indicare genericamente uno stato di evoluzione di Internet (e in particolare del World Wide Web), rispetto alla condizione precedente. Si tende ad indicare come Web 2.0 l’insieme di tutte quelle applicazioni online che permettono uno spiccato livello di interazione sito-utente (blog, forum, chat, sistemi quali Wikipedia, Youtube, Facebook, Myspace, Twitter, Gmail, WordPress, ecc). La locuzione pone l’accento sulle differenze rispetto al cosiddetto Web 1.0, diffuso fino agli anni ’90, e composto prevalentemente da siti web statici, senza alcuna possibilità di interazione con l’utente eccetto la normale navigazione tra le pagine, l’uso delle email e l’uso dei motori di ricerca. (Wikipedia)

Dalla conferenza in cui Tim O’Reilly

ha citato per la prima volta il termine Web 2.0 sono passati quattro anni,

e da allora proseguono le controversie.

La storia umana è sempre stata caratterizzata da due tipi di orientamenti, mentalità, atteggiamenti, personalità: i conservatori e gli innovatori. Due figure in continuo conflitto, con percentuali di forza trainante diversa in base alle epoche. E le ritroviamo anche qui, queste due tradiazionali fazioni, nonostante il campo di discussione sia in perenne evoluzione, pervaso dal cambiamento.

Alcune applicazioni del Web 2.0

La tendenza conservatrice continua a parlare del Web 2.0 aggrappandosi all’etichetta, alla definizione, e cercando di eviscerarne valori e contenuti che probabilmente non ha: del resto il Web 2.0 è nato come filosofia e non haregole rigide su cui appoggiarsi per delineare il percorso ottimale.

La tendenza innovatrice cerca di produrre software che possano “dare idea di futuro”, ma che attualmente offrono ben pochi utilizzi, e generalmente di èlite. Molte volte si tratta di Widget che simulano una grande interattività per poi rivelarsi delle banalità (ad esempio il Widget Vodafone che non offre nulla di più della pagina internet che dovrebbe sostituire, a parte la noia di dover sempre spostare questa finestrella).

Eppure il Web 2.0, dal giorno della sua “ideazione” ha portato dei grandi cambiamenti. Non tanto dal punto di vista tecnologico, quanto in noi, fruitori del World Wide Web: è cambiato il modo di rapportarsi ad internet. Non è il Web ma la nostra mentalità ad aver subito la rivoluzione più grande.


Il Web 2.0 non è una tecnologia... è uno stato mentale!

Pensiamo (un po’ di più) senza briglie mentali. C’è l’idea che con il Web si possa fare di tutto. Non è (ancora ?) propriamente così, ma l’importante è avere l’idea. Da questa si svilupperà il resto.

E’ un po’ come avere una nuova terra da conquistare… il nuovo West dell’umanità.

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